Rivoluzione tecnologica ed evoluzione umana

di Fulvio De Vita

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Agni, dio del fuoco

Non c’è dubbio che la tecnologia abbia acquisito una grandissima importanza nella vita di ognuno di noi e non c’è dubbio che i progressi tecnologici dell’era moderna stiano offrendo grandi possibilità allo sviluppo materiale dell’essere umano. “L’invasione” della tecnologia di questi ultimi decenni, ha contribuito, almeno per la parte di umanità che vive in Occidente, a migliorare notevolmente la qualità della vita, facilitando, o addirittura annullando, la maggior parte delle grandi fatiche cui l’uomo è sempre stato sottoposto.

È sufficiente pensare all’aumento della velocità negli spostamenti fisici da un luogo all’altro, alle biotecnologie nel campo dell’agricoltura, ai progressi nella medicina che permettono un ampliamento delle prospettive individuali di futuro, fino ad arrivare allo sviluppo delle tecnologie della comunicazione e a quello delle biotecnologie applicate al corpo umano, a quella informatica ed energetica.

 Tutto questo significa che l’umanità, oggi, oltre ad avere la possibilità di affrancarsi da una grande quantità di attività pesanti e ripetitive, liberando energia per nuovi e più interessanti compiti, ha la possibilità di uscire dal determinismo naturale delle necessità strettamente fisiche per potersi dedicare alla crescita dello spirito umano e allo sviluppo di un nuovo tipo di società. Continua a leggere

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Evviva la democrazia governativa!

2giugno

di Vito Correddu

“L’edificio della democrazia si è gravemente deteriorato con l’incrinarsi dei pilastri sui quali poggiava: l’indipendenza dei poteri, la rappresentatività e il rispetto delle minoranze.”¹

Dopo 8 anni dalla sua promulgazione la Corte Costituzionale manda in soffitta il cosiddetto Porcellum e l’establishment italiano coglie l’occasione per blindare le posizioni acquisite.

Il tormentone che accompagna l’inverno di Montecitorio, tra accordi elettorali dallo stile all inclusive in cui il cervello deve restare rigorosamente a casa e diatribe sulle preferenze, è quello che un sistema elettorale che si rispetti debba obbligatoriamente partorire un governo. Sono decenni che ci dicono che questa è l’anomalia italiana, cioè il fatto che abbiamo sempre avuto sistemi elettorali che non producono governi certi, chiari, stabili e soprattutto imperituri. Siamo un popolo così: inaffidabile e incapace di dividerci in due rassicuranti schieramenti.

Ma da quando le elezioni politiche devono garantire un governo invece di garantire la rappresentatività? Continua a leggere

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Educazione siberiana

di Stefano d’Errico

vert Educaz_SiberianaLa maleducazione è connaturata indissolubilmente alla sub-cultura del dominio, in tutte le sue varianti. La “buona educazione”, spesso giudicata una pratica conformista e quindi rifiutata soprattutto in campo giovanile, non potrebbe essere invece una parte significativa della nostra etica e del nostro progetto rivoluzionario, contro il Potere?

Il film di Salvatores sulla miglior “scoperta” letteraria di Saviano (Nicolai Lilin, Educazione siberiana, 2008) stimola molte riflessioni. Innanzitutto di stampo etico e sociologico rispetto alle trasformazioni intervenute con la globalizzazione (e non solo) nel mondo “marginale”. È evidente il significato indicato dai valori vissuti e trasmessi nella collettività siberiana degli “esclusi”: una comunità di fatto multietnica (e una morale) aventi come base quel Mir solidarista che studiarono Kropotkin e Marx, “ristrutturata” d’autorità in più di settanta anni di repressione sovietica verso una “devianza” non certo solo criminale. Ma, come mostra bene il film, anche quei valori sono oggi in via di estinzione (in particolare a causa di eroina e cocaina) con la mutazione genetica di una Russia passata molto in fretta dal capitalismo tecnoburocratico di stato al liberismo mafioso. Un liberismo nudo, scoperto e arrembante, assolutamente “all’occidentale”.
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Sospetto… gradevole

di Eracle Galfo

sully“Sospetto, e questo sospetto si fa ogni volta più gradevole al tatto, che proprio tra coloro che siamo usi chiamare “disadattati”,  potrebbero schiudersi le possibilità di un cambiamento vero e profondo;  potrebbero spalancarsi le porte che non vediamo come aprire.
Forse non è il tipo di cambiamento che siamo abituati a immaginare,  e forse è tale proprio per questo motivo.
Potrebbe non essere il cambiamento del ribellismo,  o il frastuono che gratta con le unghie affilate le muraglie di un vecchio potere che già cade nel suo proprio peso.  Potrebbe non essere il tanto auspicato “furor di popolo” che incontra con soddisfazione i nostri gusti personali,  forse perché tanto bene attenua la forte sensazione di anonimato e di estraniamento del presente che ci tocca vivere.
Potrebbe persino non esprimersi con la postura dialettica o l’attitudine alla protesta.

C’è un esercito silenzioso e disarmato;  sono definiti disadatti,  emarginati,  con una Speranza modificata geneticamente,  apparentemente disinteressati nei confronti delle “grandi battaglie”,  impermeabili a qualsiasi tono ridondante o retorico,  non percepiscono in modo ordinario,  non agiscono in modo esattamente prevedibile,  non si esprimono nel senso comune,  non hanno alcun carisma,  nessuna ragionevole possibilità di diventare “popolari”,  nessuna previsione immediata di essere riferimento per molti.
Nell’impossibilità di conformarsi ad un modulo “accettabile” di pensare e di comunicare, sono esenti anche alla tassa sulla popolarità,  il cui prezzo a volte è l’ancoraggio sotto le cupole di questa epoca,  risultando ben compresi dai molti e trattenuti nel momento presente —>  quell’approvazione generale che dal basso di chi ascolta chiude a mandorla le cupole di colui che incita.

Privi di carisma vivono in una altra realtà che può essere penalizzante;  può portare al disadattamento,  all’incomprensione,  all’isolamento e persino all’abbrutimento e all’indolenza.
Ma può anche,  questa realtà,  aprire possibilità davvero rivoluzionarie,  inconcepibili, fraintendibili come delle ingenuità per chi non sa cogliere il potere incontaminato della spregiudicatezza,  della semplicità e dello slancio immaginativo senza compromessi.
Alcuni di questi “Disadattati” anticipano l’essere umano che verrà, una tenue fragranza di fallimento e libertà —> …”

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Medicine alternative: qualcosa sta cambiando

di Elena Fumagalli

Al via una nuova pianificazione mondiale per lo sviluppo e la diffusione delle medicine alternative e una regolamentazione in alcune regioni italiane per tutelare la professionalità degli operatori e la sicurezza dei pazienti.

medicine alternativeLe medicine complementari o non tradizionali, che vanno dall’agopuntura alla fitoterapia, dall’omeopatia, all’omotossicologia, dalla medicina tradizionale cinese a quella ayurvedica, fino all’osteopatia, sono da sempre oggetto di scarsa considerazione e discriminazione da parte di medici, personale sanitario e più in generale dal sistema sanitario nazionale.

Negli ultimi mesi invece qualcosa sta cambiando.
È infatti della fine di novembre la notizia della pubblicazione di un documento redatto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, il World health Organization Traditional Medicine Strategy 2014-2023, in cui si pianifica per il prossimo decennio una strategia per orientare i leader sanitari in modo da sviluppare il concetto di salute e aumentare l’autonomia del paziente. Due gli obiettivi fondamentali dell’Oms: il primo è quello di sostenere gli Stati a sfruttare il contributo delle medicine tradizionali e non convenzionali per la salute, il benessere, la sanità e la medicina centrata sulla persona; il secondo quello di promuovere l’uso sicuro ed efficace di medicine tradizionali e non convenzionali attraverso la regolamentazione dei medicinali e delle competenze professionali. Per raggiungerli, viene indicato un percorso obbligato in tre tappe: 1) la costruzione della conoscenza di base e la messa a punto di politiche nazionali; 2) il rafforzamento della sicurezza, della qualità e dell’efficacia attraverso la regolamentazione; 3) la promozione della copertura sanitaria universale, inserendo le medicine tradizionali e non convenzionali nei sistemi sanitari nazionali, aumentando le capacità di auto-cura delle persone e promuovendo il concetto di auto-cura nei sistemi sanitari nazionali.
Anche in Italia si muove qualcosa: proprio in questa direzione va la legge che regolamenta l’esercizio delle medicine complementari approvata all’unanimità dall’Assemblea legislativa delle Marche.
In Italia infatti, secondo l’Eurispes, il 14,5% della popolazione ricorre a queste tipologie di trattamento. In generale sono persone di età adulta, dai 25 ai 64 anni; più le donne (4 milioni e 700 mila) che gli uomini (3 milioni e 162 mila) e la terapia non convenzionale più usata è l’omeopatia (6,2%), seguita da agopuntura e fitoterapia.
Di fronte a questi dati non è più possibile chiudere gli occhi e non dare un valore alla libertà di scelta del paziente che si aspetta di trovare di fronte alle proprie necessità sanitarie medici e personale specializzato e informato sulla medicina tradizionale e non; e che nella abituale pratica medica usino coscientemente e indiscriminatamente tutte le medicine a 360°.

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Immaginarsi un modello politico-economico di tipo Umanista

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di Valerio Colombo

Intervento alla Tavola rotonda “Nuovi Umanesimi per il nuovo millennio” – Libreria Assaggi 23 ottobre 2013

Siamo in crisi e continuano a definire questa crisi come “economica”, tuttavia approfondendo l’analisi risulta evidente che l’aspetto economico della crisi attuale ne è solo la crosta superficiale.

Viviamo in un’epoca caratterizzata dal dominio incontrastato dell’economicismo, per cui non risulta tanto strano che crisi questa debba essere classificata, in prima battuta, come “economica”.

Proviamo a vedere il tema da un altro punto di vista, per esempio quello politico.

Così come ho più ampiamente esposto nel mio intervento dell’anno scorso al simposio di Attigliano è possibile intravedere un processo di tentativo evolutivo in quello che è successo dalla costituzione degli stati moderni in poi:

Si tratta di un processo di “cessione di sovranità” che porterà fino alle democrazie moderne.

In questo modo, anche grazie alla Rivoluzione Francese e a quella Industriale, tutto comincia a cambiare: appaiono gli Stati Moderni e arriviamo all’avvento dell’Economicismo (soprattutto con la rivoluzione Industriale).

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Il forcone ha tre punte

di Paolo Riva

208506137_b2297bc6bc_zLa prima punta si chiama Risentimento. E’ quella forma mentale che ti porta a cercare fuori da te il “colpevole”, il “responsabile” delle cose negative che ti capitano. Quello che gli antichi chiamavano Capro Espiatorio. Al di là di come tu sia arrivato nella situazione in cui ti trovi, che tu ti sia comportato sempre con onestà o abbia passato la tua vita a cercare di fregare il prossimo, ad un certo punto decidi che la colpa è di un altro, che sia un politico, che sia uno straniero, che sia una donna o un uomo che ti lasciano. E cresce in te un sentimento negativo, che ti toglie ogni responsabilità, che ti porta alla gelosia, all’invidia, al desiderare la vendetta e il dolore verso altre persone. Non ti fermare a diffondere le sue foto, leggiti anche la vita e le opere di Nelson Mandela.

La seconda punta si chiama Non accettazione del Fallimento. Il tuo fallimento, non quello degli altri. Continua a leggere

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La rappresentazione del Tempo

Verso un Nuovo Umanesimo

Mercoledì 20 novembre 2013 – h.19.00 – Libreria Assaggi (San Lorenzo)

La rappresentazione del Tempo

dalle antiche civiltà alla fisica moderna e al centro l’esperienza umana

Tavola Rotonda a cura di Gianluca Frustagli.
Partecipano Alessandro Haag e Pietro Chistolini

La concettualizzazione e rappresentazione di ciò che chiamiamo Tempo è indissolubilmente legata all’immagine stessa che l’Uomo ha avuto di sè, del rapporto con gli altri all’interno delle società umane e del suo rapporto col mondo. Queste immagini si sono evolute col succedersi delle civilizzazioni che hanno avuto luogo a partire dalla preistoria fino ad arrivare alla storia contemporanea e alla discussione sul concetto di tempo che permea attualmente la discussione scientifica, filosofica e in altri campi. Se ci affacciamo a una nuova fase evolutiva e a una nuova civiltà planetaria è possibile che ciò passi anche attraverso una nuova evoluzione della rappresentazione del Tempo.

23 ottobre 2013 – Libreria Assaggi (San Lorenzo)

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Verso un Nuovo Umanesimo

di Vito Correddu

Conferenza Vito bassaIntervento alla Tavola rotonda “Nuovi Umanesimi per il nuovo millennio” – Libreria Assaggi 23 ottobre 2013

 Il 24 ottobre del 1946, a poco più di un anno dal lancio della prima bomba atomica su Hiroshima, una macchina fotografica da 35mm, montata su un missile V2 in caduta libera da una altezza di circa 150km, ci consegnò la prima foto della Terra vista dallo spazio. Si trattava di una foto sgranata che ci dava un’immagine ancora parziale del pianeta. Malgrado nel 1961 Yuri Gagarin effettui il primo viaggio orbitale di un essere umano, si dovrà aspettare il Progetto Luna Orbiter del 1966, che aveva lo scopo di mappare la superficie della Luna, per avere delle immagini più nitide e complete. La foto che passò alla storia però fu quella scattata dall’equipaggio dell’Apollo 8 il 24 dicembre del 1968. La foto a colori ritraeva il pianeta blu visto dalla Luna che sorgeva all’orizzonte. «La visione più bella e toccante della mia vita» furono le parole di Frank Borman a ricordo di quel momento. Ciò che più sorprende delle prime foto della Terra vista dallo spazio è che queste vennero scattate quasi per caso, poiché non erano certo la priorità nell’esplorazione spaziale. Fino a quel momento, lo sguardo che muoveva tutte le missioni era posto “fuori”, negli infiniti spazi, probabilmente lo stesso sguardo che mosse gli esploratori europei del XV e XVI sec.. Forse nelle prime missioni spaziali rivolgere lo sguardo verso la Terra non sarà sembrato così importante.

A partire dalla diffusione delle foto dell’Apollo 8, per la prima volta nella sua storia, l’umanità intera ebbe una percezione globale della Terra, una percezione destinata a divenire lo spartiacque tra una concezione preistorica dell’essere umano e la nascita di una nuova civiltà.

Questa tavola rotonda dal titolo “Nuovi umanesimi per il nuovo millennio” ci propone un inquadramento molto stimolante che vorrei per la sua brevità riportare: “Viviamo in un’epoca in cui il fallimento delle grandi ideologie sembra accompagnarsi all’irrazionale convinzione che il pensiero umano non possa più permettersi di attardarsi nella costruzione di un’alternativa ideologica. Mentre l’accelerazione tecnologica non sembra lasciarci il tempo per la riflessione, il pragmatismo contamina di nonsenso l’azione umana. Siamo assetati di riferimenti ma nello stesso tempo i riferimenti tradizionali ci risultano inadeguati e superati. Quale destino ci attende? Quali le scelte? Quale umanesimo per il nuovo millennio?” Questo inquadramento se da un lato prende atto della crisi delle ideologie del XIX e XX secolo, dall’altra ci invita a formulare un nuovo paradigma per uscire da quel pragmatismo assolutista che ci impone una visione della realtà del tutto arbitraria. Altro aspetto di quest’inquadramento è la necessità di riflettere, di ripensare l’umanesimo e di conseguenza la natura umana.

Da ogni struttura sociale e da ogni visione della natura e del cosmo discende una concomitante e precisa concezione dell’essere umano e viceversa ogni concezione dell’essere umano che si è succeduta nel corso della storia ha sempre significato un modo di strutturazione della società e una visione del mondo naturale. E’ proprio in questa stretta relazione tra ciò che s’intende per essere umano e il paesaggio umano e naturale che riconosciamo la necessità di questa riflessione. Domandarsi però circa la natura dell’essere umano e del mondo che lo circonda non può in nessuno modo eludere il problema del “chi” domanda, in altre parole del fatto che è sempre l’essere umano che interroga se stesso e il mondo che lo circonda. Questa riflessione sul postulante sospende tutte quelle affermazioni mascherate da verità assolute che spesso hanno caratterizzato il pensiero occidentale nel corso della storia. Non si può quindi pensare l’essere umano partendo da concezioni astratte quali: l’Idea, la materia, l’inconscio, la volontà, ecc. e come ha scritto il filosofo Mikel Dufrenne: “In qualunque elemento si muova, il pensiero dell’uomo sempre incontra il faticoso compito di riportare il pensiero al pensatore; qualunque cosa si dica dell’uomo, è sempre un uomo che la dice…” Eppure da Aristotele in poi la definizione di essere umano che caratterizzò il pensiero occidentale fu quella di “animale sociale munito di ragione”. L’idea rimase pressoché immutata fino al medioevo, quando si accompagnò la definizione aristotelica al concetto di peccato, contribuendo a svalutare ancor più l’esistenza umana. Alla concezione aristotelica, l’umanesimo rinascimentale, con Marsilio Ficino e Pico della Mirandola in particolar modo, propose una visione che introdusse una netta discontinuità con le categorie di Aristotele, portando l’essere umano nella dimensione dell’indeterminatezza e della libertà. Purtroppo i secoli che seguirono videro il riproporsi, soprattutto in ambito scientifico – ambito che proprio gli umanisti avevano contribuito a rilanciare -, di una concezione dell’essere umano che, di volta in volta, a seconda del contesto che si prendeva in esame, si manifestava più vicina alla macchina o all’animale. Mai però si riuscì a spiegare il senso di quella strana capacità del pensare che non potevano fare a meno di osservare. Si guardò sempre l’essere umano “da fuori” così come si guardava un qualsiasi altro fenomeno. Questo lento ma costante processo di disumanizzazione dell’essere umano, che aprì le porte prima alla formazione di imperi coloniali e dittature ed in seguito ai totalitarismi del Novecento, permise nello stesso tempo lo sviluppo della ricerca nell’infinitamente piccolo e nell’infinitamente grande. Tutta l’attenzione si concentrò nel mondo esterno, nella scoperta delle sue leggi e delle sue potenzialità. Inevitabilmente Dio e il divino in generale come fonte morale e teleologica divenne solo d’impaccio. Se è vero che con Nietzsche si denunciò la morte di Dio nella cultura occidentale, è pur vero che si avviò la definitiva teologizzazione dell’essere umano già messa in moto dall’Illuminismo, sancendo un essere umano che sempre più accoglierà gli attributi della divinità. I forti progressi nella ricerca dell’intelligenza artificiale, della vita artificiale, delle nanotecnologie e della robotica rappresentano proprio il tentativo più avanzato di superamento della condizione di finitezza dell’essere umano. In altre parole, queste sarebbero la risposta razionalista al desiderio di immortalità che fin dai tempi di Gilgamesh accompagna la storia umana. Ma proprio questa divinizzazione che si dischiude sull’assassinio di Dio, preannuncia un’altra morte. Anche l’assassino è destinato a morire e come diceva il noto Michel Foucault: “nuovi dèi, gli stessi dèi, stanno già gonfiando l’oceano futuro; l’uomo scomparirà”. Ma questa profezia di Foucault che farebbe pensare a miti dal sapore apocalittico o ad una visione nichilista o antiumanista potrebbe essere altrimenti letta al contrario come una visione per superare l’essere umano disumanizzato. Sarebbe piuttosto il preludio ad una rivoluzione che, come diceva Silo, ispiratore del Movimento Umanista, “dovrà assumere il carattere di una trasformazione che tende ad includere e che si basa sull’essenzialità umana”. L’avanzamento tecnologico che si è prodotto a partire dalla metà del XIV secolo e che con la rivoluzione industriale ha visto una netta accelerazione, ci consegna un mondo sempre più interconnesso. La facilità di comunicazione, di spostamento di persone e cose ci mette in contatto quotidianamente con valori, credenze e culture tra loro molto diverse e ciò che ne ricaviamo è un’immediata percezione di una certa sincronicità e concomitanza degli avvenimenti. Ed è proprio questa sensazione di un unicum spazio-temporale che ci permette di riflettere in maniera del tutto nuova al futuro dell’essere umano. Nulla più ci è estraneo e lontano. I vecchi paradigmi e le vecchie ideologie non sembrano in grado di rispondere alla complessità che ci troviamo ad affrontare. Oggi, al di là di ciò che affermano gli opinion makers, sempre alle prese con il fluttuare della domanda e dell’offerta, la crisi che ci troviamo a vivere è ben lontana dall’essere un fattore semplicemente economico. Questa crisi non è, almeno non esclusivamente, un capriccio di una élite economica che manovrando la speculazione e la concentrazione del Grande Capitale si pone come arbitro supremo, decidendo la vita e la morte per intere regioni del Pianeta. Non si tratta neanche della crisi che coinvolge le democrazie formali uscite dalla relativamente recente creazione degli Stati Nazionali. Non riguarda nemmeno la sola questione ecologica che vede la trasformazione dell’habitat in qualcosa di sempre più ostile alla sopravvivenza della Vita. Questa crisi non si spiega con la rinnovata rincorsa agli armamenti nucleari che tra l’altro si presenta, diversamente dal passato caratterizzata dall’egemonia dei due blocchi, molto più minacciosa perché fuori controllo. Non possiamo inoltre riferirci a questa crisi guardando lo scontro di culture e generazioni in atto, l’innalzamento del fanatismo religioso, l’aumento della violenza in tutte le sue forme. In ultimo non possiamo riferirci a questa crisi prendendo in considerazione solo il forte sentimento di solitudine e di nonsenso che attraversa intere generazioni di esseri umani. Se ci riferissimo alla crisi in questo modo, pur evidenziando qualcosa di vero, non si coglierebbe in profondità il senso di questo passaggio della storia umana.

Non faremmo altro che elencare una serie di problemi che oggi ci troviamo a vivere.

Nel migliore dei casi saremmo portarti a rispondere in maniera pragmatica accompagnati dall’imbarazzo di quale di questi problemi sia il più urgente, e nel peggiore saremmo invece assaliti da un profondo senso di impotenza e frustrazione. Questa crisi, che per le sue dimensioni globali non ha eguali nella storia umana, è il sintomo del desiderio di liberazione dell’essere umano da quei modi di essere non umani, non completamente umani e antiumani che hanno caratterizzato il pensiero occidentale. Un pensiero ormai arrivato fino al più estremo angolo della terra e che ora decreta il suo apparente trionfo. Ma proprio quando il nichilismo sembra vittorioso e la riduzione dell’essere umano a semplice epifenomeno si è compiuta, qualcosa di diverso e nuovo sembra scorgersi all’orizzonte. Se con Einstein e la Teoria della relatività ristretta s’introduce per la prima volta il ruolo dell’osservatore nel campo della fisica classica, in campo filosofico, con Husserl dapprima, con Sartre e Heidegger in seguito, si ricomincia a rimettere in discussione la particolarità dell’esistenza umana. Con Sartre il concetto di natura umana si sposa con quello di libertà mentre con Heidegger si avvia un processo di scardinamento di uno dei fondamenti dell’intero pensiero occidentale. Si avvia un processo di ripensamento dell’essere che, ricongiungendosi all’umanesimo rinascimentale, ci consegna un’idea di natura umana assolutamente indeterminata e dalla temporalità protesa al futuro. Dopo qualche secolo di silenzio oggi si ricomincia a parlare di umanesimo. Nuovi umanesimi a volte così diversi e contraddittori cominciano ad affacciarsi nel panorama culturale, sociale e politico, tanto che oggi forse la parola “umanesimo” sembra ormai svuotata da un significato definito. Nel migliore dei casi con “umanesimo” si fa riferimento ad un certo atteggiamento che pone nell’essere umano una particolare preoccupazione e generalmente si accompagna ad un certo rifiuto della violenza e della discriminazione. In questo confuso panorama, in cui una certa direzione mentale manipola, trasforma e consuma ogni elemento che minaccia le posizioni di potere, saremmo quasi spinti a chiederci se vale ancora la pena parlare di umanesimo e se non sia invece più opportuno fare uno sforzo per trovare nuovi significanti. Forse questo tentativo è già in moto e non si deve far altro che aspettare che il linguaggio compia il suo destino. Nel frattempo, la parola umanesimo resta ancora la sola valida ad indicare il desiderio di liberazione dell’essere umano. In questo quadro l’umanesimo universalista proposto da Silo ci sembra quello che meglio interpreti quel desiderio.Silo definisce l’essere umano come “quell’essere storico che trasforma la propria natura attraverso l’attività sociale” . Lo affranca dal mondo animale e da una ben poco definita capacità raziocinante e propone un umanesimo che si svincola definitivamente dal contesto occidentale per divenire un patrimonio dell’umanità tutta. Per Silo infatti l’umanesimo era presente, in alcuni momenti storici, in molte civiltà. Ovviamente lo si definiva in maniera differente perché si esprimeva in contesti culturali diversi ma quelle caratteristiche peculiari erano o sono ancora riconoscibili.

In un’epoca di mondializzazione Silo propone un umanesimo universalista che risponda sì allo scontro di culture in atto e ai problemi che affliggono la società ma che soprattutto ridia un senso all’esistenza umana indicando una morale che abbia come unica regola quella di trattare l’altro come si vorrebbe esser trattati.

Un essere umano nuovo sta nascendo, l’evoluzione dell’essere umano non si è conclusa con l’homo sapiens.

Qualcosa nella direzione dello sguardo sta cambiando, esso torna su stesso rompendo i limiti dello stabilito.

Le nuove condizioni tecnologiche che permettono la crescita di una coscienza collettiva, di un’intelligenza collettiva, della trasmissione di strumenti di liberazione e di trasformazione stanno contribuendo notevolmente alla formazione di un nuovo spirito, di un nuovo essere il cui destino sembra essere la creazione di una nazione umana universale.

Ed è così che quegli eroi che, alla vigilia di Natale del 1968, si ritrovarono ad ammirare il sorgere della Terra, non furono semplicemente spettatori di uno straordinario spettacolo astronomico.

Quegli esseri umani, eredi di quelle scimmie antropomorfe che in un lontano passato, a dispetto dei determinismi e dei meccanicismi biologici a cui erano sottoposte, non fuggirono davanti al fuoco; quegli esseri umani più vicini agli spazi riservati al Divino, videro l’alba di un nuovo mondo, di una nuova civiltà.

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…in grazia di Dio.

di Vito Correddu

Rom, Festnahme von ZivilistenA Roma, l’11 ottobre 2013, muore a 100 anni Erich Priebke. E’ stato un militare nazifascista condannato all’ergastolo per aver partecipato alla pianificazione e alla realizzazione dell’eccidio alle Fosse Ardeatine.

In questa storia di Priebke, i funerali, la comunità ebraica, la contraddittoria idea del perdono cristiano, c’è quasi tutto ciò che vorremmo sapere sulla vendetta. Credo che basterebbe fare un’analisi sociologica di questo episodio per avanzare nella comprensione delle radici della vendetta.
E’ il paradigma dell’Occidente. Una violenza efferata e crudele, un gruppo umano con una forte identità, un Ego enorme, la memoria, la giustizia dello Stato, il risentimento che non si placa nemmeno con la morte dell’assassino, un desiderio di vendetta che ha come bersaglio il corpo, non importa se senza vita, come se in quel corpo risiedesse qualcosa che deve pagare e soprattutto pagare per sempre; un pagare con il dolore, perché solo il dolore può correggere. La credenza che solo il dolore possa far penetrare fino all’ultima cellula la coscienza di aver fallito nell’essere più crudele di Dio, perché nemmeno si può essere più misericordiosi, perché in ultima istanza solo così si potrà rinascere a nuova vita…in grazia di Dio!

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