Lettera per chiedere che la parola “nonviolenza” sia sul vocabolario

di Olivier Turquet 

In occasione della Giornata Internazionale della Nonviolenza è stata resa pubblica una lettera firmata da un nutrito gruppo di studiosi e militanti che si rifanno alla nonviolenza. La riportiamo integralmente.

Nella foto un momento della presentazione della lettera alla BiblioteCanova dell’Isolotto a Firenze.

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Al Comitato Scientifico dell’Istituto della Enciclopedia Italiana

Al Comitato Scientifico dell’Accademia della Crusca

 

La parola nonviolenza

 Consultando il sito dell’Enciclopedia Treccani, ci siamo accorti dell’assenza della parola nonviolenza nel vostro dizionario enciclopedico e nel vostro vocabolario della lingua italiana. Una ricerca più approfondita consente di trovare una breve voce nella sezione delle enciclopedie on line:http://www.treccani.it/enciclopedia/non-violenza/nella dizione errata, cioè separando i termini non e violenza.

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Per una fenomenologia della vendetta: le credenze costitutive

di Vito Correddu

Intevento al workshop: “Dalla Vendetta alla riconciliazione: Verso una umanità possibile”  –   Aula Volpi – Università di Roma Tre – 29 aprile 2016

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Abstract

Lo scopo di questo contributo è quello di definire le costanti che sovrintendono alla vendetta al fine di ottenere una conoscenza più approfondita delle sue manifestazioni sul piano sociale e dall’altro creare un terreno fertile per un suo superamento sul piano personale.

L’esposizione cercherà di far emergere gli elementi che fungono da trasfondo per ogni azione vendicativa. A tal proposito prenderemo in considerazione i concetti di danno e offesa, i concetti di causa dell’offesa e colpa e i concetti di pena e sanzione, quest’ultimi intesi come continuità della vendetta mascherata da giustizia.

Si cercherà inoltre di esporre brevemente un’ipotesi che spieghi il funzionamento della vendetta intesa come “la credenza per la quale far soffrire l’altro compensa quello squilibrio cosmico che si è prodotto per l’ingiustizia che l’altro ha commesso”.

Non si pretenderà di offrire certezze perché questo è un lusso concesso a chi non è implicato nel fenomeno.

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“L’universo casuale” e il salto evolutivo dell’essere umano

“L’universo casuale” e il salto evolutivo dell’essere umano

L’evoluzione dell’essere umano, il processo storico, la libertà di scelta, la compassione sono tra i temi trattati nella monografia “L’universo casuale”. Ne parliamo con l’autore, Fulvio De Vita, ricercatore del Parco di Studio e Riflessione di Attigliano.

Come e quando è nata l’idea di scrivere questa monografia?

Alcuni anni fa iniziai a fare un lavoro di meditazione piuttosto intenso, più che altro per capire meglio chi ero e il mondo in cui mi trovavo a vivere. Dopo un certo tempo ho iniziato ad avere delle sorprese: mi sono trovato a scoprire nuove cose di me stesso, di come funzionavo, dei miei limiti e di quelli del genere umano a cui appartengo. Sorpresa dopo sorpresa sono giunto ad alcune intuizioni che hanno modificato sostanzialmente il mio modo di vedere le cose e che mi hanno aperto frontiere inaspettate. Da quel momento ho iniziato a studiare e a scrivere per ordinare meglio quell’esperienza e alla fine ho pensato che le mie intuizioni e i miei studi sarebbero potuti servire anche. E così nel 2013 ho pubblicato “L’universo casuale”.

Questo scritto corrisponde alla tua area di formazione? Che studi hai fatto? Qual è la tua professione?

In realtà mi sono sempre dedicato allo studio delle immagini. La mia area professionale è stata la moda, la grafica e la produzione di documentari,

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Novecentocinquanta

di Marco Serraino

gfAccade che, mentre corriamo schizofrenicamente tra i tanti impegni e svaghi con cui riempiamo il nostro tempo, ci giunge la notizia di una nuova “tragedia” che ci fa fermare un momento, ci fa indignare un istante e ci permette di fare conversazione qualche giorno. Poco importa che si tratti di un barcone che affonda, di un attentato terroristico o di una catastrofe naturale; dopo esserci costernati per la “triste fatalità”, ci tiriamo su pensando   che la “tragedia” non è toccata a noi e, da bravi, torniamo a rispondere diligentemente agli stimoli che il sistema ci invia. Probabilmente questo ci è accaduto anche alla notizia del barcone, con 950 persone a bordo, affondato nel canale di Sicilia nella notte tra sabato e domenica. In fondo è tranquillizzante sapere che al mondo c’è chi sta peggio di te. Continua a leggere

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Dichiarazione per la Buona Conoscenza – in cammino verso la libertà –

cmehSta per avere inizio la campagna promossa dal Centro Mondiale di Studi Umanista che vedrà la promozione della Dichiarazione per la Buona Conoscenza.

Attraverso conferenze, incontri, simposi e molto altro puntiamo a diffondere una nuova visione sulla conoscenza. Chiederemo a tutte quelle persone che aspirano ad apprendere senza limiti, tutti quelli che non sono indifferenti di fronte al destino umano e che desiderano porre la conoscenza al servizio di tutti, ad aderire alla dichiarazione per la Buona Conoscenza e di mobilitarsi per essa. 

Invitiamo a porre in marcia nelle università, nelle scuole, nei luoghi di lavoro, e nei quartieri, le azioni necessarie affinché sorga un gran processo di riflessione, di discussione e di necessarie e rivoluzionarie trasformazioni in direzione di una Buona Conoscenza, in cammino verso la libertà.

Riportiamo di seguito il contenuto della Dichiarazione.

Vito Correddu

 

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Dichiarazione per la Buona Conoscenza

– in cammino verso la libertà –

Fin dai suoi albori l’umanità si evolve lottando per raggiungere una vita migliore. Tuttavia oggi, nonostante i progressi, il potere e la forza economica e tecnologica vengono utilizzati per assassinare, impoverire e opprimere popolazioni in vaste regioni del mondo, distruggendo inoltre il futuro delle nuove generazioni e l’equilibrio generale della vita sul pianeta.

Ma, mentre l’aspirazione a un mondo più giusto e umano sembra allontanarsi giorno dopo giorno, va emergendo una nuova sensibilità che intende la crisi come un momento di trasformazione e possibilità e che propone nuove forme di intervento che sostituiscano vecchie strutture non più di riferimento. Queste posizioni alternative aprono sempre più un cammino nel cuore delle persone, ma non arrivano ancora a configurare un mondo nuovo nell’insieme della società.

Affinché l’Essere Umano possa continuare la sua evoluzione verso la libertà e, quindi, aumentare la felicità personale e sociale, è necessario che cresca e si affermi la Buona Conoscenza.
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Je suis…un hypocrite!

di Vito Correddu

Il 7 gennaio 2015 i fratelli Kouachi, sedicenti appartenenti al gruppo paramilitare Al-Qaeda, entrano nella redazione di Charlie Hebdo a Parigi e uccidono 12 persone. L’8 gennaio un altro attentatore, Amedy Coulibaly, appartenente al Califfato di Al-Baghdadi dopo aver ucciso una poliziotta e aver rinunciato ad attaccare una scuola ebraica, si barrica in un ipermercato kosher e uccide 4 persone. Nello stesso giorno tutti gli attentatori restano uccisi dalle teste di cuoio francesi.
All’indomani dell’attacco alla redazione di CH già alcuni autorevoli analisti inserivano l’attentato nel quadro dei conflitti per la leadership tra gruppi di potere in Medio Oriente, con responsabilità indirette di vari servizi segreti occidentali e evidenziando come la redazione di CH risultava essere, tutto sommato, soltanto l’obiettivo più eclatante e più facile per la propaganda interna. La risposta popolare, dopo la strage, non si fece attendere. Quasi immediatamente dopo l’attacco già migliaia di persone si riunivano in diverse piazze francesi e davanti le ambasciate di Francia delle principali capitali, per manifestare solidarietà per le vittime e sdegno per l’infame attentato.
In tutto il mondo un semplice slogan, l’ormai celebre “Je suis Charlie”, riunì milioni di persone. Uno slogan che riecheggia il discorso di JF Kennedy del 26 giugno del 1963 a Berlino Ovest quando disse: “Duemila anni fa l’orgoglio più grande era poter dire civis Romanus sum (sono un cittadino romano). Oggi, nel mondo libero, l’orgoglio più grande è dire ‘Ich bin ein Berliner.’ Tutti gli uomini liberi, dovunque essi vivano, sono cittadini di Berlino, e quindi, come uomo libero, sono orgoglioso delle parole ‘Ich bin ein Berliner!’
Il discorso di JFK a Berlino arriva due anni dopo la costruzione da parte sovietica di quel muro che segnò paradigmaticamente la divisione tra i due blocchi politico-militari.
Così come l’“Ich bin ein Berliner” kennediano sancisce una vicinanza alla popolazione di Berlino e l’affermazione di una scala di valori, così lo slogan “Je suis Charlie”, seppur in altro contesto, esprime non solo vicinanza con le vittime ma soprattutto e con grande forza, una scelta di campo. La scelta tra barbarie e civiltà, tra antiumanesimo e umanesimo. Continua a leggere

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Città vs campagna: un conflitto da comporre

di Eros Tetti

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Oltre il 50% della popolazione mondiale vive nelle città, una tendenza inarrestabile che ogni anno trasporta oltre 60 milioni di abitanti dalle zone rurali verso gli agglomerati urbani. Un fenomeno, quello dell’urbanizzazione, che dalla rivoluzione industriale in poi continua ad accrescersi in progressione geometrica, addirittura a velocità insostenibile negli ultimi 50 anni. Un flusso emorragico che ha portato a spopolare in maniera crescente le campagne e le montagne, per ingrassare le periferie cittadine, facendole straripare in modo frammentato e diffuso verso le campagne limitrofe.

Questa tendenza non accenna ad interrompersi e sempre secondo le proiezioni Unicef nel 2050, oltre 6,3 miliardi di persone abiteranno nelle città, un dato scioccante se consideriamo che nel 1950 vi abitavano solamente 700 milioni.

E’ fondamentale aggiungere che questo fenomeno non riguarda solo l’occidente, ma coinvolge direttamente Asia, Africa e Sudamerica dove addirittura lo sviluppo dell’urbanizzazione supera abbondantemente la spinta “civilizzatrice” occidentale. Il fenomeno si complica ulteriormente se pensiamo che oltre il 10% della popolazione urbana si concentra in megalopoli, ovvero città con oltre 10 milioni di abitanti, che sono in tutto il pianeta ben 21 e – a parte Tokio e New York che già rientravano in questa categoria prima del 1950 – tutte le altre si sono aggiunte successivamente. Di queste 21 ben 16 si trovano proprio in Asia, Africa e America Latina. Ultimo dato da annotare, è quello che riguarda il 2008, allorché per la prima volta nella storia gli abitanti delle città hanno superato gli abitanti delle aree rurali[1].

Una crescita smisurata ed incontrollata che ci pone davanti a scenari molto complessi per l’equilibrio ambientale e sociale del nostro pianeta. Questa tendenza ha infatti comportato un aumento dell’inquinamento, del consumo di suolo, della richiesta energetica, intaccando ovviamente in un modo indelebile il mondo non solo dal punto di vista ambientale ma anche dal punto di vista paesaggistico e socio-culturale: abbiamo assistito alla distruzione del nucleo familiare tradizionale, alla marginalizzazione degli anziani e di tutto ciò che non è pragmaticamente produttivo. I campi si sono progressivamente svuotati mentre si riempivano le periferie ricche spesso solo di miseria e sfruttamento. E’ proprio questo aspetto che vorrei approfondire, un tema molto complesso che ritengo fondamentale per le riflessioni attuali e future e forse una possibile chiave di fuga da questa crisi stagnante. Continua a leggere

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Di che sovranità stiamo parlando?

di Vito Correddu

Luigi XIV

Da qualche tempo ormai in molti sembrano appassionarsi intorno a tematiche che prima appartenevano a noiosissime discussioni accademiche o a raffinati tecnicismi delle diplomazie occidentali. Non ci stiamo riferendo alle pretestuose giustificazioni che presentarono gli USA a ragione del loro intervento militare in Iraq dando il via alla Seconda Guerra del Golfo. Nemmeno ci riferiamo al dubbio sull’esistenza nel diritto  internazionale di consistenti legittimità nei recenti bombardamenti sulla Libia che portò al successivo omicidio di Gheddafi. Non appassionano per nulla i problemi di legalità nei referendum secessionisti di Kosovo, Crimea, Scozia e Catalogna così come le tensioni frontaliere nelle regioni del Caucaso. Ma potremmo allungare la lista se tenessimo conto di questioni non proprio marginali come i bombardamenti con i droni in Pakistan, la guerra in Afghanistan, la presenza cinese in Tibet e lo scandalo Snowden-NSA e Wikileaks. Tanto meno interessa il particolarissimo contenzioso giuridico tra Italia e India sulla vicenda dei due pescatori uccisi davanti le coste del Kerala. Nulla di tutto ciò, pur appartenendo al grande tema della sovranità di uno stato, infervora gli animi come invece sembra farlo la questione della sovranità monetaria.

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Rivoluzione tecnologica ed evoluzione umana

di Fulvio De Vita

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Agni, dio del fuoco

Non c’è dubbio che la tecnologia abbia acquisito una grandissima importanza nella vita di ognuno di noi e non c’è dubbio che i progressi tecnologici dell’era moderna stiano offrendo grandi possibilità allo sviluppo materiale dell’essere umano. “L’invasione” della tecnologia di questi ultimi decenni, ha contribuito, almeno per la parte di umanità che vive in Occidente, a migliorare notevolmente la qualità della vita, facilitando, o addirittura annullando, la maggior parte delle grandi fatiche cui l’uomo è sempre stato sottoposto.

È sufficiente pensare all’aumento della velocità negli spostamenti fisici da un luogo all’altro, alle biotecnologie nel campo dell’agricoltura, ai progressi nella medicina che permettono un ampliamento delle prospettive individuali di futuro, fino ad arrivare allo sviluppo delle tecnologie della comunicazione e a quello delle biotecnologie applicate al corpo umano, a quella informatica ed energetica.

 Tutto questo significa che l’umanità, oggi, oltre ad avere la possibilità di affrancarsi da una grande quantità di attività pesanti e ripetitive, liberando energia per nuovi e più interessanti compiti, ha la possibilità di uscire dal determinismo naturale delle necessità strettamente fisiche per potersi dedicare alla crescita dello spirito umano e allo sviluppo di un nuovo tipo di società. Continua a leggere

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Evviva la democrazia governativa!

2giugno

di Vito Correddu

“L’edificio della democrazia si è gravemente deteriorato con l’incrinarsi dei pilastri sui quali poggiava: l’indipendenza dei poteri, la rappresentatività e il rispetto delle minoranze.”¹

Dopo 8 anni dalla sua promulgazione la Corte Costituzionale manda in soffitta il cosiddetto Porcellum e l’establishment italiano coglie l’occasione per blindare le posizioni acquisite.

Il tormentone che accompagna l’inverno di Montecitorio, tra accordi elettorali dallo stile all inclusive in cui il cervello deve restare rigorosamente a casa e diatribe sulle preferenze, è quello che un sistema elettorale che si rispetti debba obbligatoriamente partorire un governo. Sono decenni che ci dicono che questa è l’anomalia italiana, cioè il fatto che abbiamo sempre avuto sistemi elettorali che non producono governi certi, chiari, stabili e soprattutto imperituri. Siamo un popolo così: inaffidabile e incapace di dividerci in due rassicuranti schieramenti.

Ma da quando le elezioni politiche devono garantire un governo invece di garantire la rappresentatività? Continua a leggere

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